Riportare al centro i doveri nella società contemporanea

Rimini, 19/08/2019 – «C’è oggi, nella società contemporanea, una malinconia enorme della nascita, la stessa del poeta Federico García Lorca quando diceva: io non sono ancora nato». Con queste parole Guadalupe Arbona Abascal, docente di Letteratura Comparata e coordinatrice Master in Scrittura Creativa all’Università Complutense di Madrid, ha commentato il titolo della quarantesima edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli, nel corso conferenza stampa che si è tenuta presso la Sala Ravezzi della Fiera di Rimini. «Il tema del titolo del Meeting sta nel cuore della società, della cultura e del sentire contemporaneo. C’è una nostalgia di nascere che si vede anche nei social: tutti che cerchiamo il nostro volto nei pixel  degli schermi», ha proseguito la docente.

Un tema che tocca da vicino l’interesse di Luciano Violante, presidente emerito della Camera dei Deputati, che lo ha declinato all’interno del ciclo di incontri “Diritti e doveri”, di cui è curatore, dopo l’analoga esperienza della scorsa edizione intitolata “Essere italiani”. «Oggi abbiamo una notevole spinta sui diritti e un forte silenzio sui doveri. Si pensa che abbiano origini diverse, ma i doveri tengono insieme una comunità», ha affermato Violante, indicando le tante ragioni di questo squilibrio, tra cui una produzione letteraria forte sui diritti e debole sui doveri.

«Il presidente russo Vladimir Putin al FT ha detto che il liberalismo sta mostrando il suo fine corsa, in maniera brutale ma non del tutto sbagliata: una visione puramente liberale, in cui il mondo e il mercato spingono molto su un individuo come soggetto con capacità di espansione illimitata, produce un’idea sbagliata della società, che ha come termine finale l’anti cultura», ha così proseguito l’ex magistrato, aggiungendo che è necessario trovare un equilibrio tra aspirazioni umane e responsabilità collettive. «C’è uno scivolamento dal desiderio al diritto, tale che si dice: se desidero faccio. Ma tanti problemi si risolvono con i doveri. Non ci sono i diritti del nascituro ma i doveri verso il nascituro. Lo stesso vale per il bilancio pubblico: se osserviamo dal punto di vista dei doveri verso le generazioni future, allora lo sguardo cambia».

Questo porta Violante all’assunto che «la crisi complessiva dell’Occidente si risolve mettendo al centro il concetto di doveri. Lo diceva già Ratzinger, o anche Giussani, sul nichilismo: lo si risolve ricostruendo la linea dei doveri. Il pluralismo non è mettere insieme la diversità per il gusto di farlo, ma per la ricerca del senso della vita: è il minimo comune denominatore che c’è al Meeting, e anche questo è un dovere».

E si potrebbe pensare al nichilismo come «il fallimento della teoria dei doveri di Kant: l’idea che bisogna seguirli perché sono tali, che il dovere è alternativo alla felicità e che non si deve fare alcunché per interesse personale», ha poi concluso Costantino Esposito, professore ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Bari. «Così il dovere è diventato una cosa triste, distante dalla felicità, e l’interesse personale qualcosa di sporco. Ma il dovere nasce perché si avverte una chiamata, che sia Yahweh sul Sinai, la voce della coscienza o la bellezza di un incontro con la realtà. Il sentimento del dovere nasce perché si avverte qualcosa o qualcuno che chiama, attrae e fa dire: eccomi. Ciò significa obbligo, sentirsi vincolati, sacrificare qualcosa».

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