Tragedia di Genova: dalla caccia al colpevole alla carità fraterna

La Fede e la Carità sono sostegno nelle sventure della vita

Ieri sera a messa mi ha molto colpita la seconda lettura, che mi è sembrata proprio un segno rispetto a quello che era successo e alla tristezza che inevitabilmente dominava tutti. Il richiamo a riconoscere Chi ha vinto la morte mi sembrava l’unica Parola rispetto alla rabbia che come unico sentimento sembrava dominare non solo i proclami alla caccia ai colpevoli lanciati dai nostri governanti, ma anche le reazioni sui social. Dimenticando, quasi e incredibilmente, esigenze primarie, quali quelle del soccorso, della cura e dell’abbraccio dei feriti e dei cari dei defunti. Se è vero che anche la giustizia è un’esigenza primaria del cuore umano, credo che non possiamo affermarla che partendo, con semplicità, dal riconoscimento del Bene da cui abbiamo origine e a cui solo possiamo guardare e stringerci in momenti come questo (ché altrimenti non più giustizia sarebbe, ma vendetta). Che senso ha ora di fronte a una tragedia del genere inneggiare alla caccia al colpevole? La vera giustizia, più che creare un caso mediatico, sarebbe quella della vicinanza ai cari delle vittime. Che sì, chiedono giustizia, ma cui solo la carità potrà creare una rete di rinascita, di cui vi è ancora più bisogno. Queste circostanze ci fanno male ma al contempo dovrebbero farci sentire riconsegati nelle mani di Cristo, in cui spesso ci dimentichiamo di essere, toccando con mano più chiaramente il valore della nostra fratellanza. La giustizia è un’esigenza primaria, ma è ben altra cosa dalla vendetta. Infatti la seconda nasce dalla prospettiva che siamo atomi sperduti in un mondo cattivo e, appunto, dimenticato da Dio. La prima dalla convinzione che esiste un Bene, che ci ha voluti e che ci sorregge e abbraccia nel dolore, e che vogliamo imitare – opportunamente dando le giuste sanzioni al momento giusto – perché ad esso tendiamo.

 

Dio soffrì e soffre con noi, ma ci promette la sconfitta della morte

Un Amore che soffre con noi perché vive in noi, e ci sostiene sempre, nelle avversità, poichè per primo, nella passione, le ha già vissute tutte e vinte con la sua risurrezione. Dalla morte alla vita, ci ha portati, e, come dice San Paolo, se uno è morto, tutti sono morti (in Lui). Ognuno di noi avrà la sua croce e le sue piccole o grandi disgrazie. Ma se è risorto, allora possiamo dire che la morte non ci fa più paura, poiché la risurrezione è la nostra eredità. Chi ci separerà dall’amore di Dio? L’angoscia, la tribolazione […]? Niente potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù. E ciò lo disse San Paolo, alla quale Gesù mostrò quanto avrebbe dovuto “soffrire per il suo nome”. Chiediamo oggi, a Maria Santissima, che fu assunta in anima e corpo durante un sonno, di intercedere per tutte le vittime ed i loro cari, e li affidiamo al suo amore materno, che li porti in braccio verso Dio e il conforto del Suo amore.

 

Valentina Caruso

Elisa Pallotta