L’economia del dono e la novità del cristianesimo spiegata da Zamagni e Martinez

Papa Francesco non si limita a enunciare i princìpi, o a denunciarli, ma suggerisce linee d’azione con le quali cambiare il corso della storia”. Soltanto da pochi giorni Stefano Zamagni è stato chiamato da Bergoglio alla guida della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, andando a rinfoltire così la sempre più ampia e variegata schiera di figure laiche nelle strutture vaticane di maggiore importanza. Luoghi dove il pensiero della Chiesa prende forma per andare a modellare poi, in un secondo momento, la vita dei fedeli di tutto il mondo, e delle società in cui questi vivono. Dal palco della 42esima Convocazione nazionale del Rinnovamento nello Spirito Santo, a Rimini, intervenuto assieme al magistrato Alfredo Mantovano, in un dibattito moderato dal direttore di Rai ParlamentAntonio Preziosi, non si premura di usare le pinzette per esprimere le sue posizioni. Al contrario, lo si ascolta sviscerare con franchezza molti dei punti cruciali che oggi interessano la discussione attorno alla Chiesa, e non solo.

“Papa Francesco osserva che il modello in economia ereditato negli ultimi due secoli, di mercato capitalistico, oggi non è più in grado di soddisfare quelle esigenze di benessere e di progresso umano che fino a tempi recenti si pensava. Su questo, ha ragione da vendere. E usa una terminologia che, per chi è abituato a certi discorsi accademici nel senso deteriore del termine, può essere storpiata”, spiega Zamagni. “È stata interpretata come un attacco all’economia di mercato: niente di più falso”. Un modo di interpretare l’economia di mercato che cioè, per il Papa, uccide perché non inclusiva, spiega l’economista di fama internazionale, riminese di nascita ma ben noto oltre oceano, promotore e tra i capofila dell’economia civile. “Uccide perché non è inclusiva e tende ad escludere coloro che non sono in grado di garantire elevati livelli di produttività. Un gioco, insomma, per i forti e altamente produttivi”.

Ma Papa Francesco, gioca Zamagni con il pubblico, “si sa, è un tipo un po’ particolare, e il senso delle sue provocazioni, anche intellettuali, come la frase ‘questa economia uccide’, ci mostra il suo fondamento filosofico, più che teologico: Papa Francesco si riconosce nelle posizioni del cosiddetto realismo storico. Nel senso che Francesco parte dalla datità, da ciò che osserva, e la legge alla luce dei principi universali. Altri pontefici hanno seguito il procedimento opposto, quello di partire dai princìpi e cercare di leggere le res novae delle epoche storiche che si hanno davanti. Sono due procedimenti diversi, e la bellezza della nostra Chiesa è proprio quella di offrire approcci diversi per arrivare al medesimo punto”. Tuttavia, nei mesi scorsi, il Vaticano ha pubblicato un documento, sul tema della finanziarizzazione dell’economia e dell’obiettivo di una finanza sostenibile, di “importanza epocale”, e tuttavia passato incredibilmente sottotraccia. Su questo punto Zamagni non ci va leggero.

“La vicenda di Oeconomicae et pecuniariae quaestiones è veramente notevole. Uscito nel maggio scorso, in Italia un solo giornale ne dà notizia: Avvenire. Tutti gli altri giornali, quotidiani, televisioni, non ne fanno parlare: una sconcezza che va denunciata. Avrei preferito le critiche, invece è stato ignorato. Come mai negli altri paesi, a cominciare da Financial Times New York Times, ne hanno fatto oggetto di dibattito? Dobbiamo dirlo: in questo momento storico la nostra società, italiana, ha forti lacune”. Un documento che tuttavia per l’economista resta “pesante” e che per questo “avrà impatto prossimamente”. Tanto che, e questa è l’anticipazione che il riminese rivela ai partecipanti del convegno svoltosi nella sua città natale, tra pochi mesi dovrà uscire un altro documento, che ne rappresenta il seguito, e che sarà intitolato Mensuram bonam. Un testo che in questo modo mostra ancora come il Vaticano inviti il mondo economico al cambiamento. Pensiero utopico, oppure possibile? “Chiaramente possibile”, risponde Zamagni. “Non dobbiamo mai dimenticare che l’economia di mercato nasce nel ‘400 ad opera della scuola francescana. Tre secoli prima dell’avvento del capitalismo, nel ‘1700 in Inghilterra. È importante che questo si sappia: il primo Monte di Pietà è nato nel 1462 a Perugia”. Per questo “basterebbe tornare alle origini, quando l’economia di mercato nasce per un solo motivo: il bene comune, uno dei quattro punti della Dottrina Sociale della Chiesa”.

Tuttavia non c’è solo l’economia in gioco, ma anche temi come l’accelerazione tecnologica, e le nuove tecnologie che con sempre più intensità bussano alle porte dell’uomo e trovano quest’ultimo spesso impreparato, incapace di comprendere e affrontare i cambiamenti. “A livello mondiale si stanno confrontando due posizioni: quella transumanista, che ha la base nell’Università della Singolarità in California, che sostiene che entro il 2050 non ci sarà più bisogno dell’essere umano. E l’altra posizione, favorita dalla Chiesa e anche da chi non si riconosce nella nostra Chiesa ma ha capito la portata di ciò che è in gioco, e che è il progetto del neo-umanesimo. Tornare cioè a quel periodo storico che siamo abituati a chiamare umanesimo, del 1400”. Un periodo che, al contrario, viene utilizzato nel dibattito pubblico come arma di scherno. “Ma quale altro periodo ci ha dato l’altezza letteraria di Dante, architettonica delle cattedrali, filosofica della Summa di Tommaso D’Aquino?”, incalza nel mentre il presidente della Fondazione Aiuto che Soffre, Mantovano.

“Ci sono stati aspetti positivi dell’individualismo, ma dagli anni settanta del secolo scorso, sposandosi con il libertarismo, è nato l’individualismo libertario, che dice io sono ciò che voglio, che oggi è il nemico numero uno del concetto di comunità: un secondo secolarismo. Che spiega anche fenomeni come il calo delle vocazioni”, è l’analisi di Zamagni. Secondo cui oggi “ci troviamo a una svolta epocale, perché tutti si stanno rendendo conto che l’individualismo libertario non mantiene ciò che promette. E c’è un fenomeno evidente: il calo della felicità pubblica. Nelle graduatorie pubblicate annualmente negli Stati Uniti, redditi e ricchezze aumentano ma indicatori della felicità diminuiscono”. La spiegazione è semplice: la felicità è legata alle relazioni interpersonali. “Se io escludo il concetto di comunità, e dico che ognuno è padrone di sé stesso, potrò ottenere risultati utili in termini di ricchezze ma sarò sempre più infelice. Ciò che vediamo oggi”.

Insomma, il pensiero di Zamagni e della Pontifica Accademia delle Scienze Sociali che verrà è chiaro, e limpidamente esposto. “Se i politici studiassero i matrimoni avanzerebbero molte più proposte sulla famiglia”. E la degenerazione, per l’economista, la si vede già nel dibattito sul fine vita. “C’è già chi propone l’istituzionalizzazione a livello legale dell’eutanasia. Del tipo: se stai male, siamo buoni e ti togliamo di mezzo. Aberrazioni”. Constatazioni che portano alla conclusione che “recuperare le dimensione della comunità oggi, in questo momento storico, è fondamentale. Non parlo di comunitarismo, cioè la degenerazione della comunità. Ma al contrario è l’idea che ognuno si realizza nel rapporto con l’altro, e che oggi è un’esigenza primordiale, e urgente”.

Allora, qual è l’apporto cristiano? “La vera novità che il cristianesimo introduce è che devi dare del tuo, non secondo ciò che risponde alla giustizia umana. È l’economia del dono, della comunità, propriamente carismatica, che fa delle grazie agli altri”, spiega il presidente del Rinnovamento nello Spirito Santo Salvatore Martinez. “È la cultura del dono di noi stessi. Come disse Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus, la principale risorsa dell’uomo è l’uomo. Così si costruisce la civiltà dell’amore, così possiamo riparare ai ritardi politici e legislativi”. Un tema cioè altrettanto caro all’attuale pontefice, e che trascina il dibattito con forza dentro il tema dell’impegno dei cattolici in politica. “Papa Francesco ci ha detto di non dimenticarci che non siamo solo credenti, ma anche cittadini, e che possiamo contribuire a costruire la civiltà del dono, a cambiare la realtà, e la vita delle nostre città. È lì che siamo attesi, e dove Papa Francesco dice che possiamo costruire insieme le nostre comunità”, conclude Martinez. Come farlo? “Bisogna lavorare dal basso, insieme, e rifecondare le nuove generazioni. La cultura deve essere pensata, con l’intelligenza che viene dallo Spirito”.

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