La rivoluzione silenziosa di Gioventù Studentesca: educazione alla realtà totale


«C’è qualcosa di più effimero e fragile di un volto umano? Eppure Dio si serve proprio di questo per farsi conoscere dall’uomo di ogni tempo»: Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, definisce così l’esigenza spirituale che fece nascere e crescere Gioventù Studentesca.

La storia del movimento, da cui poi muoverà quella di CL, è ricostruita e rivissuta in un volume curato da Massimo Camisasca («L’avventura di Gioventù Studentesca», Milano, Electa, 2018), arricchito dalle fotografie di Elio Ciol. «Nella concretezza storica di quei volti – osserva Carrón nella Prefazione – possiamo scorgere che il cammino al vero è un’esperienza.

Auguriamoci, noi “grandi”, di avere la stessa semplicità. La storia particolare che li ha investiti può continuare se si rinnova in noi costantemente lo stupore di quell’inizio. Perché solo qualcosa che accade ora fa diventare il ricordo una memoria viva».
La stessa commozione è testimoniata da Ciol: «La documentazione fotografica riesce ancora a trasmettere il senso di gioia e di serenità di quei momenti, la stessa che viveva in don Giussani. Era avvincente: non lasciava mai indifferente; era illuminante! Perciò le sue parole, poche nei nostri incontri brevi ma intensi, risuonano ancora in me».

La bellezza, ancora viva, dell’incontro col sacerdote è al centro dei racconti di due tra i suoi primi alunni, testimoni dei primi passi di GS. Eugenia Scabini, oggi professore emerito di psicologia sociale della famiglia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, ricorda l’arrivo al Liceo Berchet di Milano, nel 1955, di quel professore di religione, così «impetuoso» da non poter lasciare indifferenti.

Nel clima profondamente ideologizzato della scuola, il suo insegnamento mostra «che la fede non era qualcosa di impalpabile e irrazionale e che il cristianesimo rispondeva a profonde esigenze di comprensione dell’umano, aveva una sua ragionevolezza». La proposta di Giussani diventa «come una seconda nascita.

Si nasce davvero quando si è riconosciuti», ricorda la Scabini. La comunità di studenti che, sempre più numerosa, si riunisce intorno al sacerdote si scopre unita da una profonda «affezione, un legame duraturo che non teme defezioni, perché fondato su una Presenza divina. Interrogare tutto quello che ci circondava, alla luce delle domande fondamentali che attraversavano le nostre vite e di quella misteriosa Presenza, divenne un modo di affrontare la realtà, un metodo».

E ciò dona a GS un’identità fondamentalmente aperta: nell’attività missionaria come nei gruppi di revisione delle varie materie scolastiche «facevamo esperienza di una comune natura umana e cioè che il cuore dell’uomo, le sue esigenze fondamentali sono originaria struttura di ogni persona. È una lezione molto attuale, che anche oggi può farci muovere con fiducia verso persone di culture diverse».

L’ ‘educazione alla realtà totale’, impartita da Giussani è, però, costantemente fondata sulla valorizzazione dei talenti e dell’identità dei giovani, guidandoli e accompagnandoli al compimento del loro destino: «Ci ha lasciati osare», ricorda la Scabini, stimolando una «creatività e un protagonismo comunitario che, adulti, ci hanno visti impegnati a dar vita a molte opere che rispondevano ai bisogni che man mano emergevano. Per questo, da quando ci ha lasciato, non ci siamo sentiti né possiamo sentirci orfani».

Anche don Pigi Bernareggi ha trovato in GS la ‘svolta della sua vita’, l’inizio del percorso che lo ha visto sacerdote missionario in Brasile. La presenza di Giussani al Berchet, ricorda, mise i suoi studenti davanti ad una scelta fondamentale, tra «il cristianesimo e il mondo ormai pagano in cui vivevamo, la scelta pro o contro Cristo. Non saremmo stati più gli stessi».

La sua proposta di «religiosità come pienezza dell’umano, risposta a tutte le esigenze dell’esistenza» si rispecchia nel metodo delle sue lezioni, discussioni e sintesi intorno a vari temi culturali ed esistenziali, che rivelano «l’oggettività del cristianesimo», e talora continuano al di fuori delle mura scolastiche. «Erano momenti indimenticabili», ricorda don Pigi, «in cui tutta la sua capacità di accoglienza, di comprensione e di acutezza educatrice mi spalancarono l’orizzonte vero della fede cristiana all’interno di un bellissimo rapporto personale, fatto di discrezione e verità. Giussani era un grande educatore, per la capacità di trasmettere a tutti noi la grandezza incomparabile di Cristo, del cristianesimo e della Chiesa, e di aiutarci a trarre esperienza quotidiana all’interno della realtà concreta della scuola».

Camisasca, fondatore della Fraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo e dal 2012 vescovo di Reggio Emilia – Guastalla, offre, infine, un’accurata ricostruzione degli eventi e delle attività più significativi dei primi anni di GS. Iniziative – come gli incontri studenteschi denominati Raggi – e idee – come quella di ‘movimento’ – già dell’Azione Cattolica vennero reinterpretate come strumenti di «una «rivoluzione silenziosa» nel mondo scolastico dominato da agnosticismo e anticlericalismo.

«Non sono qui perché voi riteniate come vostre le idee che vi do io», ripete Giussani ai suoi ragazzi, «ma per insegnarvi un metodo vero per giudicare le cose che io vi dirò. Ed esse sono un’esperienza che è l’esito di un lungo passato: duemila anni».

Perciò, ricorda Camisasca, «chi frequenta GS non trova un gruppo di preghiera o amici per battaglie politiche, ma giovani che desiderano verificare la frase di Mario Vittorino “Quando ho incontrato Cristo, mi sono scoperto uomo”. E in questa avventura nessun aspetto della vita è censurato».

Ecco, quindi, che i momenti comunitari sono segnati dalla commossa essenzialità dei gesti liturgici, ma anche dalla bellezza del canto in coro e dell’ascolto di musica sinfonica e operistica; e che costante è l’invito alla scoperta di capolavori artistici e letterari, oggetto poi di serrato confronto con le esperienze personali. Novità dell’azione educativa di Giussani è l’attenzione anche al divertimento.

Ai giessini vengono proposte giornate di vacanze e gite, in cui a visite di località culturalmente rilevanti sono alternati momenti di gioco, denominati ‘frizzi e lazzi’. Emblematiche sono le esperienze dei raduni, a fine settembre e in occasione del triduo pasquale, a Varigotti: occasione di «incontro della persona con la Chiesa e Cristo, come risposta e luogo di accoglienza di sé e dei propri desideri» e «rivisitazione della devozione e dei riti tradizionali in una esperienza comunitaria di bellezza e di verità».

Altrettanto formativa è, per Giussani, la proposta di caritativa nella Bassa milanese: «Andiamo in Bassa per educarci», afferma il sacerdote, perchè «la legge dell’Essere è la carità. L’unica vera concretezza nei confronti dell’altro è la condivisione di ciò che si vive, la fede in Cristo.

La Bassa educa perché richiede l’impegno del tempo libero. Si forma così una mentalità che informa il resto della vita». La consapevolezza così raggiunta non può, dunque, che incarnarsi in una dimensione di globalità e radicalità.

Gli incontri di Giussani con monsignor Aristide Pirovano e padre Romano Scalfi aprono la strada a viaggi e missioni dei giessini rispettivamente in Brasile e nell’est europeo: la comunità cristiana si fa «ecumenica» come la Chiesa. Al contempo, alcuni giessini scelgono di abbracciare con la loro vita l’ideale di verginità, in cui Giussani riconosce la dimensione fondamentale dell’esperienza cristiana: «imitazione di Cristo, del modo in cui Cristo è stato in rapporto con le persone e le cose, immedesimazione con l’umanità di Cristo» e quindi compimento della chiamata battesimale: è l’inizio del Gruppo Adulto, da cui nascerà poi la comunità dei Memores Domini.

«Il cammino che porterà alla nascita di Comunione e Liberazione» vedrà il suo avvio solo nel 1965, dopo il ritorno di don Giussani dal viaggio di studio negli Stati Uniti: ma protagonisti insieme a lui ne saranno proprio gli ex giessini ormai diventati adulti.

Valentina Caruso