Ciclo di racconti: Il giardino di Eden. Alle porte del… Natale

“Odore di legna arsa, luci calde. Scoppiettare di fuochi, di pentoloni bollenti. Giocattoli, festa. E’nato il Salvatore, ma io non so chi sia. Chi mi verrà a salvare da questo sentore di disperazione? Guardo gli occhi di quel bambinello in fasce: mi sta parlando, mi sta chiedendo solo di credergli e accoglierlo. E’ la sua Festa. Altrimenti non ha senso”.
Questo scrisse Eden, distrattamente su un blocchetto, il suo blocchetto. Ci annotava pensieri, a volte. Poesie, riflessioni, aforismi. Senza minimamente pensare di farne qualcosa. Si stiracchiò, era sera, e aveva finito di studiare. Viveva in una città universitaria, il che le aveva concesso di non spostarsi da casa. Eppure aveva anni, di fronte, di studio. Sarebbe voluta diventare medico. Ma soprattutto, c’era una cosa che le mancava. Una chiave: una chiave di lettura del suo mondo, che le aprisse una verità sconosciuta, una bellezza nuova ed intoccata, a parte la teoria di un Big Bang nato dal nulla che sarebbe tornato al nulla. E anche capire perché, i suoi genitori, pur da non credenti, le avessero messo quel nome così particolare, che significava, aveva letto da qualche parte, “Giardino di delizie”, o solo “delizie”, perché biblicamente era scritto insieme ad un’altra parola, “Gan”, giardino, ed “Eden” delizie.
Le delizie non le erano mai mancate. Sapeva trovare il bello nelle cose, nel sorriso di un bambino, come il suo fratellino piccolo, negli occhi amorevoli e ansiosi dei suoi genitori, nella bellezza della natura, nelle amicizie, nell’amore per i libri. Ma tutto ciò mancava di un piedistallo, di un filo conduttore a tutto ciò che vedeva e viveva intorno a lei. Ora era davanti al presepe, di nascosto, mentre i genitori erano già a letto, a guardare la tv. Questa cultura del Natale la aveva sempre affascinata, e sapeva che i suoi genitori la portavano avanti per il gusto di farlo, perché gliel’avevano inculcata i loro genitori, a loro volta. E loro, pur non credendo, rispettavano questo credo come un orpello prezioso di cui però non conoscevano il valore.
Era lì, quel bambinello. Ricciolino e biondo con gli occhi chiari. Aveva le braccia aperte e le sorrideva.

Poi fu un attimo, in un attimo, guardando quel bambino, provò un senso di smarrimento e di gioia. Si trovò di fronte alle sue certezze scientifiche e alla tenerezza di quel bambino, su cui non si era mai soffermata davvero. In un attimo pensò all’ipotesi che tutto ciò che la religione diceva fosse stato vero. Pensò a quel bambino-Dio, che era lì per lei, per tutti, e che come un agnello al macello sarebbe stato mandato alla peggiore gogna un giorno. Lo guardò, e forse per la prima volta nella sua vita, pregò: “Non te ne andare”. Una lacrima le scorse veloce sul viso e chiuse gli occhi.

Una porta. Una porta con un arco ed una spada davanti. Non si ricordava di essersi addormentata, se sul divano del salone o in camera sua. Non sapeva dov’era, ma era lì. Davanti a quell’arco, e lei era al buio, dove davanti c’era una spada. Dall’altra parte, un vecchio austero e bellissimo. Aveva una tunica marrone, una piccola coppola sulla testa, una barba lunghissima grigia ed un bastone. La maestosità di quel vecchio, insieme alla spada, le sembrarono quasi spaventose. Così, il vecchio le porse una mano, con l’abbozzo di un sorriso che trapelava austerità e pace.
Quella poteva essere la sua occasione, quella poteva essere la risoluzione a tutte le sue ricerche. Collocare tutte le sue delizie in un posto, in quel giardino che le era sempre mancato, che si intravedeva da dietro le spalle del vecchio. Si fece avanti. Tutto era luminoso. Prese per mano l’anziano, ed insieme entrarono in quella porta di luce.
Un abbaglio, una festa di luci e colori scintillanti, una varietà di alberi da frutto e animali che giocavano tra loro. Tutto sembrava avere un significato, che lei non capiva ma che sentiva dentro, come un pugno nello stomaco, uno schiaffo in faccia.