Cattolici e politica, un grido che accompagna la Chiesa dal convegno di Firenze

Cattolici e politica, tema spinoso ma aperto, in fase di costruzione. Da diversi mesi a questa parte si intravede un nuovo fermento di idee, iniziative, prese di posizione, e soprattutto si sente il bisogno di dare una risposta propria nel bel mezzo di un’offerta politica per molti carente e insoddisfacente. Un pensiero, talvolta un grido, che accompagna la Chiesa italiana dal Convegno ecclesiale di Firenze del 2015 “Per un nuovo umanesimo”, e che ad oggi si dirama in varie forme e formazioni nate in seno al mondo laico. Proposte talvolta estemporanee, nate per dare risposte a problemi immediati, talvolta invece di più ampio respiro, intente a raccogliere un richiamo radicato nel profondo di una cultura moderata e popolare, e che fa dell’appartenenza alla Chiesa cattolica il proprio marchio.

È in questo contesto che ha preso vita l’associazione Insieme, un progetto inizialmente tacciato di essere “il partito dei vescovi”, ma che in questa conversazione con Formiche.net uno dei suoi fondatori, il giornalista Nicola Graziani, spiega bene che si tratta di tutt’altro. Non è un partito, né tantomeno dei vescovi. Piuttosto un’aggregazione nata sulla volontà di proporre soluzioni comuni. Viste, da una parte, la divisione sociale all’origine di gran parte delle difficoltà comuni, e dall’altra la dispersione dei cattolici e del voto cattolico, che negli ultimi anni non ha dato di certo i risultati sperati.

A che punto siamo, si intravedono i primi frutti?

Sicuramente sì, perché si tratta di fare i bilanci rispetto a sei mesi fa o un anno, quando non c’era nulla. Oggi siamo invece in una fase avanzata di aggregazione della base del mondo cattolico. Un mondo che prende coscienza del fatto che c’è la necessità di assumersi di nuovo, e in quale forme ce lo dirà la storia, una responsabilità nei confronti del paese.

Il presidente della Cei Bassetti, come ricordava pochi giorni fa il quotidiano dei vescovi, ha chiesto di lavorare sulla “grammatica dell’umano”, traducendola in un lessico sociale e politico. Da dove partire?

Bassetti ha parlato anche di forme di associazione del mondo cattolico, una forma di aggregazione che noi facciamo esattamente nostra. Infatti la nostra associazione nasce esattamente per aggregare le varie voci, di chi ci vuole stare, del mondo cattolico. Non è un caso che risultati migliori stiano giungendo dalla base, dal popolo, dalla gente che va in parrocchia, che guarda la televisione e che individualmente cerca e trova un percorso di nuova unità.

Durante il periodo natalizio a Formiche.net il presidente della commissione lavoro della Cei, monsignor Filippo Santoro, aveva accennato dell’idea di un forum dedicato al lavoro

Monsignor Santoro era presente alla nostra manifestazione che ha avuto luogo ieri a Taranto, quindi che ci sia un forte e comune legame è chiaro ed è nella logica dei fatti. È chiaro che questo paese è malato anche perché non c’è più il lavoro e non c’è più un buon lavoro. Siamo stanchi del lavoro tipo fast food, o dei lavori interinali che sono destinati a restare tali per tutta la vita. Dalla crisi si esce rafforzando il ceto medio, e dandogli un lavoro, che è anche un fattore di stabilità politica e sociale.

Quindi ripartire, in primo luogo, dal lavoro. 

I punti da cui partire sono molti ma il lavoro è sicuramente uno dei principali, perché dobbiamo superare quello che, come spiega il cardinale Bassetti, è lo iato tra cattolici della morale e cattolici del sociale. Le due cose in realtà vanno assolutamente di pari passo. Non c’è una buona politica sociale senza la dimensione morale, e al tempo stesso non esiste la possibilità di una presenza che sia puramente morale ignorando tutto quello che c’è dietro. I drammi morali sono drammi che spesso nascono dalle difficoltà della società.

Oltre al lavoro, quali sono le altre tematiche da mettere al centro?

La promozione del ceto medio, la necessità di una forte riscoperta della tutela del creato e dell’ambiente, una delle grandi lezioni di Papa Francesco che dobbiamo porre al centro dell’azione. E al tempo stesso, per restare in ambito economico, una riscoperta del ruolo del pubblico e dello stato non come proprietario dei mezzi di produzione ma come pacificatore e calmieratore delle tensioni sociali e dello sviluppo economico. La crisi in questo momento ha bisogno anche di altre forme di stimolo rispetto a quelle degli ultimi vent’anni, e dobbiamo essere in grado di proporlo al paese.

Altri temi in particolare?

Il problema della pace. Logicamente noi ci muoviamo nell’ambito delle grandi scelte di politica internazionale che sono di De Gasperi, quindi atlantismo ed europeismo. Al tempo stesso siamo figli di De Gasperi, La Pira e Moro: l’Italia ha una proiezione mediterranea, di stabilità nell’area come lo è stata e come adesso non lo è più.

Perciò una forza europeista.

La scelta atlantica e la scelta europeista sono pilastri irrinunciabili. L’Italia è una delle grandi democrazie occidentali e tale deve rimanere, inserita nel tessuto dell’Unione europea. Basta con questo puntare facilmente l’indice contro Bruxelles. Come hanno scritto ancora ieri i vescovi europei, il primo dovere adesso è di andare a votare. Perché è il primo passo per una sana riforma dell’Unione europea, che oggettivamente negli ultimi anni è stata distante dai cittadini. Il prezzo di queste cose si paga, prima o poi.

A maggio ci saranno le europee. Vede la possibilità di una lista cattolica?

Tutti i grandi processi non nascono e si sviluppano in sei mesi, quindi presentarsi con le nostre liste sarebbe prematuro e anche controproducente in questa fase. Noi non siamo né di centrodestra né di centrosinistra, ma andiamo oltre lo schema del bipolarismo, intendiamo muoverci esercitando al momento opportuno il nostro discernimento. Non solo valuteremo i singoli candidati ma anche i progetti politici delle singole forze, e su queste ci regoleremo, dopo avere scelto insieme, come gruppo, cosa fare.

Guardando all’oggi, che paese ci troviamo davanti?

Un paese smarrito, impaurito, incattivito. Lo dice l’Istat, ma è evidente, basta andare sull’autobus per rendersi conto. Un paese a cui bisogna dare di nuovo speranza, serenità e tranquillità. Per cui noi perseguiamo l’idea di un confronto politico che non sia la politica dell’urlo, ma del ragionamento. Come diceva don Milani, politica è uscire insieme dai problemi. Quindi noi non ci poniamo come una forza che vuole spaccare, del noi contro gli altri, ma vogliamo riscoprire il valore assoluto della mediazione nella politica.

Tornando sul tema del lavoro, che ne pensa delle attuali ricette del governo, ad esempio il reddito di cittadinanza?

Il reddito di cittadinanza è una falsa risposta a un problema reale. Così come è stato fatto dal governo, è uno strumento che aumenterà il divario fra quelli che sono inseriti nel mondo del lavoro e quelli che ne resteranno esclusi, a cui viene dato un contentino per restare in fuori. L’idea in sé, di riconoscere a coloro che sono in difficoltà un sostegno, sia pure provvisorio, non è sbagliata, anzi: è il riconoscimento del dovere di solidarietà, che è parte della comunità nazionale. Ma così come è stato fatto da questo governo, considerato poi che le regole ogni cinque minuti cambiano, o è uno specchietto delle allodole oppure è una misura che serve semplicemente ad aumentare il periodo in cui i giovani saranno esclusi dal mondo del lavoro, per poi renderli completamente esclusi quando i giovani saranno diventati vecchi.

Messa così è abbastanza drammatica.

Purtroppo lo è.

La frammentazione dei cattolici, lo sparpagliamento, che risultati ha portato finora?

Noi nasciamo proprio dalla presa d’atto che lo sparpagliamento non ha portato agli effetti desiderati. Non si tratta di puntare l’indice contro nessuno, o di criticare nessuno. È stata tentata una strada che purtroppo non ci ha portato lontano. Quindi senza pretesa, sottolineo, di essere l’unica ed esclusiva rappresentanza dei cattolici, è chiaro che crescere insieme e mettere insieme le persone ha un valore aggiunto rispetto a prima. Il dogma dell’unità dei cattolici non è mai esistito. Non esisteva neanche ai tempi della Democrazia cristiana. Basta ricordarsi di un personaggio come Gennaro Acquaviva nel partito socialista, ma non è l’unico che mi viene in mente, ce ne sono tanti altri. E a maggior ragione vale la pena di evocare adesso un’idea del genere. Però è chiaro che la presenza dei cattolici diventa sempre più forte laddove aumenta il grado di integrazione tra di loro. Tanti gruppi, anche importanti, che singolarmente valgono poco, se messi tutti insieme, con un unico modo di sentire e di porsi rispetto alla società civile, sono sicuramente molto più incisivi.

Salvatore Martinez in un lungo articolo su Avvenire, partendo dall’assunto che il vero errore della modernità è stata la separazione tra cristianesimo e umanesimo, ha sostenuto che nell’era della globalizzazione la sfida è quella di esaltare le differenze dando vita a una nuova “soggettività sociale”. Come si traduce tutto questo?

L’unità nella diversità è un’espressione molto bella che non a caso è anche alla base dell’Unione europea, del processo dell’integrazione europea così come ce l’hanno regalato i grandi cattolici del secondo dopoguerra, Shumann, De Gasperi, Mounier, ecc.. È chiaro che un momento di aggregazione come quello che vogliamo proporre noi è rispettosissimo della diversità e della specificità di ognuno. Ognuno ha un proprio dono e una propria caratteristica che deve essere fatta risaltare. C’è chi è più portato per alcune tematiche e chi per altre, e insieme, e non a caso sottolineo questo termine, si può trasformare tutto questo in una bellissima armonia polifonica. Laddove invece se non siamo uniti resteremo una “prova d’orchestra” come quella del film di Fellini, dove ognuno va per conto suo ma alla fine la squadra demolisce la sala prove, mentre tutti capiscono in quel momento che avrebbero fatto bene a cercare di suonare tutti insieme.

Inizialmente si parlava dell’appoggio diretto alla vostra iniziativa da parte di alcuni vescovi e religiosi, compresi anche il segretario Parolin e il cardinale Becciu. Il vice-premier Di Maio ha affermato di avere incontrato Parolin nei giorni scorsi, Conte lo ha fatto pubblicamente. Da che parte sta la Chiesa?

Innanzitutto sgombriamo il campo da equivoci: non c’è un partito e tantomeno è un partito dei vescovi. La sintesi giornalistica non rende giustizia alla verità. La Chiesa sono tante cose, e innanzitutto ha il dovere di rapportarsi con chi governa in Italia, e con le forze politiche in gioco nel dibattito italiano. Questo perché deve esercitare la sua azione pastorale in una società, misurandosi con la forma e la riforma di questa società. Non c’è niente di scandaloso se la Chiesa ha rapporti più che normali con il mondo della politica. È chiaro ed evidente che la Chiesa, soprattutto la gerarchia, vedono iniziative come la nostra non più come un vago sospetto ma con un certo interessamento. Diciamo che sono spettatori interessati, come è giusto che siano, perché la laicità è un valore: noi siamo laici, non siamo emissari della gerarchia. Siamo un gruppo di laici che insieme vuol cercare di dare risposte al paese assumendo le proprie necessarie responsabilità. Che vuol dire, per un cattolico, fare il proprio dovere fino in fondo.

Io infatti per Chiesa intendevo chiaramente i vertici, le gerarchie.

I vescovi, la stessa struttura del Vaticano, devono confrontarsi tutto il giorno con la realtà dei fatti, e questa è la cosa più naturale della terra. La cosa interessante, però, è che nel momento in cui il mercato cattolico dà segni di profondo risveglio, certo non si mettono di traverso per bloccare nulla.

 

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